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	<title>Decamerone</title>
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	<description>Silvia e Edo leggono il Decamerone di Giovanni Boccaccio</description>
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		<title>Decamerone</title>
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		<title>Giornata Quarta Novella Seconda</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Feb 2011 18:31:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>decamerone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[Frate Alberto dà a vedere ad una donna che l&#8217;Agnolo Gabriello è di lei innamorato, in forma del quale più volte si giace con lei; poi, per paura de&#8217; parenti di lei della casa gittatosi, in casa d&#8217;uno povero uomo ricovera, il quale in forma d&#8217;uomo salvatico il dì seguente nella piazza il mena, dove, [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=decamerone.wordpress.com&amp;blog=3235786&amp;post=231&amp;subd=decamerone&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2 style="text-align:center;">Frate Alberto dà a vedere ad una donna che l&#8217;Agnolo Gabriello è di lei innamorato, in forma del quale più volte si giace con lei; poi, per paura de&#8217; parenti di lei della casa gittatosi, in casa d&#8217;uno povero uomo ricovera, il quale in forma d&#8217;uomo salvatico il dì seguente nella piazza il mena, dove, riconosciuto, è da&#8217; suoi frati preso e incarcerato.</h2>
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<p style="text-align:justify;"><span id="more-231"></span></p>
<p style="text-align:justify;">Aveva la novella dalla Fiammetta raccontata le lagrime più volte tirate insino in su gli occhi alle sue compagne, ma quella già essendo compiuta, il re con rigido viso disse:</p>
<p style="text-align:justify;">- Poco prezzo mi parrebbe la vita mia a dover dare per la metà diletto di quello che con Guiscardo ebbe Ghismonda, né se ne dee di voi maravigliare alcuna, con ciò sia cosa che io, vivendo, ogni ora mille morti sento, né per tutte quelle una sola particella di diletto m&#8217;è data. Ma, lasciando al presente li miei fatti ne&#8217;loro termini stare, voglio che ne&#8217;fieri ragionamenti, e a&#8217; miei accidenti in parte simili, Pampinea ragionando seguisca; la quale se, come Fiammetta ha cominciato, andrà appresso, senza dubbio alcuna rugiada cadere sopra il mio fuoco comincerò a sentire.</p>
<p style="text-align:justify;">Pampinea, a sé sentendo il comandamento venuto, più per la sua affezione cognobbe l&#8217;animo delle compagne che quello del re per le sue parole, e per ciò, più disposta a dovere al quanto recrear loro che a dovere, fuori che del comandamento solo, il re contentare, a dire una novella, senza uscir del proposto, da ridere si dispose, e cominciò.</p>
<p style="text-align:justify;">Usano i volgari un così fatto proverbio: &#8211; Chi è reo e buono è tenuto, può fare il male e non è creduto. &#8211; Il quale ampia materia a ciò che m&#8217;è stato proposto mi presta di favellare, e ancora a dimostrare quanta e quale sia la ipocresia de&#8217; religiosi, li quali, co&#8217; panni larghi e lunghi e co&#8217; visi artificialmente pallidi e con le voci umili e mansuete nel domandar l&#8217;altrui, e altissime e rubeste in mordere negli altri li loro medesimi vizi e nel mostrare sé per torre e altri per lor donare venire a salvazione, e oltre a ciò, non come uomini che il paradiso abbiano a procacciare come noi, ma quasi come possessori e signori di quello, danti a ciaschedun che muore, secondo la quantità de&#8217; danari loro lasciata da lui, più e meno eccellente luogo, con questo prima sé medesimi, se così credono, e poscia coloro che in ciò alle loro parole dan fede, sforzansi d&#8217;ingannare. De&#8217; quali, se quanto si convenisse fosse licito a me di mostrare, tosto dichiarerei a molti semplici quello che nelle lor cappe larghissime tengon nascoso. Ma ora fosse piacer di Dio che così delle lor bugie a tutti intervenisse, come ad un frate minore, non miga giovane, ma di quelli che de&#8217; maggior ch&#8217;ha Ascesi era tenuto a Vinegia; del quale sommamente mi piace di raccontare, per alquanto gli animi vostri, pieni di compassione per la morte di Ghismonda, forse con risa e con piacere rilevare.</p>
<p style="text-align:justify;">Fu adunque, valorose donne, in Imola uno uomo di scelerata vita e di corrotta, il qual fu chiamato Berto della Massa; le cui vituperose opere molto dagli imolesi conosciute a tanto il recarono che, non che la bugia, ma la verità non era in Imola chi gli credesse; per che, accorgendosi quivi più le sue gherminelle non aver luogo, come disperato, a Vinegia d&#8217;ogni bruttura ricevitrice si trasmutò, e quivi pensò di trovare altra maniera al suo malvagio adoperare che fatto non avea in altra parte. E, quasi da conscienzia rimorso delle malvagie opere nel preterito fatte da lui, da somma umiltà soprapreso mostrando si, e oltre ad ogni altro uomo divenuto catolico, andò e sì si fece frate minore, e fecesi chiamare frate Alberto da Imola; e in tale abito cominciò a far per sembianti una aspra vita e a commendar molto la penitenzia e l&#8217;astinenzia, né mai carne mangiava né bevea vino, quando non n&#8217;avea che gli piacesse.</p>
<p style="text-align:justify;">Né se ne fu appena avveduto alcuno, che di ladrone, di ruffiano, di falsario, d&#8217;omicida, subitamente fu un gran predicatore divenuto, senza aver per ciò i predetti vizi abbandonati, quando nascosamente gli avesse potuti mettere in opera. E oltre a ciò fattosi prete, sempre all&#8217;altare, quando celebrava, se da molti veduto era, piagneva la passione del Salvatore, sì come colui al quale poco costavano le lagrime quando le volea.</p>
<p style="text-align:justify;">E in brieve, tra colle sue prediche e le sue lagrime, egli seppe in sì fatta guisa li viniziani adescare, che egli quasi d&#8217;ogni testamento che vi si faceva era fedecommessario e dipositario, e guardatore di denari di molti, confessore e consigliatore quasi della maggior parte degli uomini e delle donne; e così faccendo, di lupo era divenuto pastore, ed era la sua fama di santità in quelle parti troppo maggior che mai non fu di san Francesco ad Ascesi.</p>
<p style="text-align:justify;">Ora avvenne che una giovane donna bamba e sciocca, che chiamata fu madonna Lisetta da ca&#8217;Quirino, moglie d&#8217;un gran mercatante che era andato con le galee in Fiandra, s&#8217;andò con altre donne a confessar da questo santo frate. La quale essendogli a&#8217; piedi, sì come colei che viniziana era, ed essi son tutti bergoli, avendo parte detta de&#8217; fatti suoi, fu da frate Alberto addomandata se alcuno amadore avesse.</p>
<p style="text-align:justify;">Al quale ella con un mal viso rispose:</p>
<p style="text-align:justify;">- Deh, messere lo frate, non avete voi occhi in capo? Paionvi le mie bellezze fatte come quelle di queste altre? Troppi n&#8217;avrei degli amadori, se io ne volessi; ma non sono le mie bellezze da lasciare amare né da tale né da quale. Quante ce ne vedete voi, le cui bellezze sien fatte come le mie, che sarei bella nel paradiso?</p>
<p style="text-align:justify;">E oltre a ciò, disse tante cose di questa sua bellezza, che fu un fastidio ad udire.</p>
<p style="text-align:justify;">Frate Alberto conobbe incontanente che costei sentia dello scemo e, parendogli terreno da&#8217; ferri suoi, di lei subitamente e oltre modo s&#8217;innamorò; ma, riserbandosi in più comodo tempo le lusinghe, pur, per mostrarsi santo, quella volta cominciò a volerla riprendere e a dirle che questa era vanagloria, e altre sue novelle; per che la donna gli disse che egli era una bestia e che egli non conosceva che si fosse più una bellezza che un&#8217;altra. Per che frate Alberto, non volendola troppo turbare, fattale la confessione, la lasciò andar via con l&#8217;altre.</p>
<p style="text-align:justify;">E stato alquanti dì, preso un suo fido compagno, n&#8217;andò a casa madonna Lisetta, e trattosi da una parte in una sala con lei e non potendo da altri esser veduto, le si gittò davanti ginocchione e disse:</p>
<p style="text-align:justify;">- Madonna, io vi priego per Dio che voi mi perdoniate di ciò che io domenica, ragionandomi voi della vostra bellezza, vi dissi, per ciò che sì fieramente la notte seguente gastigato ne fui, che mai poscia da giacere non mi son potuto levar se non oggi.</p>
<p style="text-align:justify;">Disse allora donna Mestola:</p>
<p style="text-align:justify;">- E chi ve ne gastigò così?</p>
<p style="text-align:justify;">Disse frate Alberto:</p>
<p style="text-align:justify;">- Io il vi dirò. Standomi io la notte in orazione, sì come io soglio star sempre, io vidi subitamente nella mia cella un grande splendore, né prima mi pote&#8217;volgere per veder che ciò fosse, che io mi vidi sopra un giovane bellissimo con un grosso bastone in mano, il quale, presomi per la cappa e tiratomisi a&#8217; piè, tante mi diè che tutto mi ruppe. Il quale io appresso domandai perché ciò fatto avesse, ed egli rispose: &#8211; Per ciò che tu presummesti oggi di riprendere le celestiali bellezze di madonna Lisetta, la quale io amo, da Dio in fuori, sopra ogni altra cosa. &#8211; E io allora domandai: &#8211; Chi siete voi? &#8211; A cui egli rispose che era l&#8217;agnolo Gabriello. &#8211; O signor mio, &#8211; dissi io &#8211; io vi priego che voi mi perdoniate. &#8211; E egli allora disse : &#8211; E io ti perdono per tal convenente, che tu a lei vada come tu prima potrai, e facciti perdonare; e dove ella non ti perdoni, io ci tornerò e darottene tante che io ti farò tristo per tutto il tempo che tu ci viverai. &#8211; Quello che egli poi mi dicesse, io non ve l&#8217;oso dire, se prima non mi perdonate.</p>
<p style="text-align:justify;">Donna Zucca al vento, la quale era anzi che no un poco dolce di sale, godeva tutta udendo queste parole e verissime tutte le credea, e dopo alquanto disse:</p>
<p style="text-align:justify;">- Io vi diceva bene, frate Alberto, che le mie bellezze eran celestiali; ma, se Dio m&#8217;aiuti, di voi m&#8217;incresce, e in fino ad ora, acciò che più non vi sia fatto male, io vi perdono, sì veramente che voi mi diciate ciò che l&#8217;agnolo poi vi disse.</p>
<p style="text-align:justify;">Frate Alberto disse:</p>
<p style="text-align:justify;">- Madonna, poi che perdonato m&#8217;avete, io il vi dirò volentieri; ma una cosa vi ricordo, che cosa che io vi dica voi vi guardiate di non dire ad alcuna persona che sia nel mondo, se voi non volete guastare i fatti vostri, che siete la più avventurata donna che oggi sia al mondo.</p>
<p style="text-align:justify;">Questo agnol Gabriello mi disse che io vi dicessi che voi gli piacevate tanto, che più volte a starsi con voi venuto la notte sarebbe, se non fosse per non spaventarvi. Ora vi manda egli dicendo per me, che a voi vuol venire una notte e dimorarsi una pezza con voi; e per ciò che egli è agnolo e venendo in forma d&#8217;agnolo voi nol potreste toccare, dice che per diletto di voi vuol venire in forma d&#8217;uomo, e per ciò dice che voi gli mandiate a dire quando volete che egli venga, e in forma di cui ed egli ci verrà; di che voi, più che altra donna che viva, tener vi potete beata.</p>
<p style="text-align:justify;">Madonna Baderla allora disse che molto le piaceva se l&#8217;agnolo Gabriello l&#8217;amava; per ciò che ella amava ben lui, né era mai che una candela d&#8217;un mattapan non gli accendesse davanti dove dipinto il vedeva; e che, quale ora egli volesse a lei venire, egli fosse il ben venuto, ché egli la troverebbe tutta sola nella sua camera, ma con questo patto, che egli non dovesse lasciar lei per la Vergine Maria, che l&#8217;era detto che egli le voleva molto bene, e anche si pareva, ché in ogni luogo che ella il vedeva, le stava ginocchione innanzi; e oltre a questo, che a lui stesse di venire in qual forma volesse, purché ella non avesse paura.</p>
<p style="text-align:justify;">Allora disse frate Alberto:</p>
<p style="text-align:justify;">- Madonna, voi parlate saviamente; e io ordinerò ben con lui quello che voi mi dite. Ma voi mi potete fare una gran grazia, e a voi non costerà niente; e la grazia è questa, che voi vogliate che egli venga con questo mio corpo. E udite in che voi mi farete grazia: che egli mi trarrà l&#8217;anima mia di corpo e metteralla in paradiso, ed egli enterrà in me, e quanto egli starà con voi, tanto si starà l&#8217;anima mia in paradiso.</p>
<p style="text-align:justify;">Disse allora donna Pocofila:</p>
<p style="text-align:justify;">- Ben mi piace; io voglio che, in luogo delle busse le quali egli vi diede a mie cagioni, che voi abbiate questa consolazione.</p>
<p style="text-align:justify;">Allora disse frate Alberto:</p>
<p style="text-align:justify;">- Or farete che questa notte egli truovi la porta della vostra casa per modo che egli possa entrarci, per ciò che vegnendo in corpo umano, come egli verrà, non potrebbe entrare se non per l&#8217;uscio.</p>
<p style="text-align:justify;">La donna rispose che fatto sarebbe. Frate Alberto si partì, ed ella rimase faccendo sì gran galloria che non le toccava il cul la camicia, mille anni parendole che l&#8217;agnolo Gabriello a lei venisse.</p>
<p style="text-align:justify;">Frate Alberto, pensando che cavaliere, non agnolo, esser gli convenia la notte, con confetti e altre buone cose s&#8217;incominciò a confortare, acciò che di leggier non fosse da caval gittato. E avuta la licenzia, con uno compagno, come notte fu, se n&#8217;entrò in casa d&#8217;una sua amica, dalla quale altra volta aveva prese le mosse quando andava a correr le giumente; e di quindi, quando tempo gli parve, trasformato se n&#8217;andò a casa la donna, e in quella entrato, con sue frasche che portate avea, in agnolo si trasfigurò, e salitosene suso, se n&#8217;entrò nella camera della donna.</p>
<p style="text-align:justify;">La quale, come questa cosa così bianca vide, gli s&#8217;inginocchiò innanzi, e l&#8217;agnolo la benedisse e levolla in piè e fecele segno che a letto s&#8217;andasse. Il che ella, volenterosa d&#8217;ubbidire, fece prestamente, e l&#8217;agnolo appresso colla sua divota si coricò.</p>
<p style="text-align:justify;">Era frate Alberto bello uomo del corpo e robusto, e stavangli troppo bene le gambe in su la persona; per la qual cosa con donna Lisetta trovandosi, che era fresca e morbida, altra giacitura faccendole che il marito, molte volte la notte volò senza ali, di che ella forte si chiamò per contenta; e oltre a ciò molte cose le disse della gloria celestiale. Poi, appressandosi il dì, dato ordine al ritornare, co&#8217; suoi arnesi fuor se n&#8217;uscì e tornossi al compagno suo, al quale, acciò che paura non avesse dormendo solo, aveva la buona femina della casa fatta amichevole compagnia.</p>
<p style="text-align:justify;">La donna, come desinato ebbe, presa sua compagnia, se n&#8217;andò a frate Alberto e novelle gli disse dello agnolo Gabriello e ciò che da lui udito avea della gloria di vita etterna, e come egli era fatto, aggiugnendo oltre a questo maravigliose favole.</p>
<p style="text-align:justify;">A cui frate Alberto disse:</p>
<p style="text-align:justify;">- Madonna, io non so come voi vi steste con lui; so io bene che stanotte, vegnendo egli a me e io avendogli fatta la vostra ambasciata, egli ne portò subitamente l&#8217;anima mia tra tanti fiori e tra tante rose, che mai non se ne videro di qua tante, e stettimi in uno de&#8217; più dilettevoli luoghi che fosse mai infino a stamane a matutino; quello che il mio corpo si divenisse, io non so.</p>
<p style="text-align:justify;">- Non ve &#8216;l dich&#8217;io? &#8211; disse la donna &#8211; il vostro corpo stette tutta notte in braccio mio con l&#8217;agnol Gabriello; e se voi non mi credete, guateretevi sotto la poppa manca là dove io diedi un grandissimo bacio all&#8217;agnolo, tale che egli vi si parrà il segnale parecchi dì.</p>
<p style="text-align:justify;">Disse allora frate Alberto:</p>
<p style="text-align:justify;">- Ben farò oggi una cosa che io non feci già è gran tempo più, che io mi spoglierò per vedere se. voi dite il vero.</p>
<p style="text-align:justify;">E dopo molto cianciare la donna se ne tornò a casa; alla quale in forma d&#8217;agnolo frate Alberto andò poi molte volte senza alcuno impedimento ricevere.</p>
<p style="text-align:justify;">Pure avvenne un giorno che, essendo madonna Lisetta con una sua comare e insieme di bellezze quistionando, per porre la sua innanzi ad ogn&#8217;altra, sì come colei che poco sale aveva in zucca, disse:</p>
<p style="text-align:justify;">- Se voi sapeste a cui la mia bellezza piace, in verità voi tacereste dell&#8217;altre.</p>
<p style="text-align:justify;">La comare, vaga d&#8217;udire, sì come colei che ben la conoscea, disse:</p>
<p style="text-align:justify;">- Madonna, voi potreste dir vero, ma tuttavia, non sappiendo chi questi si sia, altri non si rivolgerebbe così di leggiero.</p>
<p style="text-align:justify;">Allora la donna, che piccola levatura avea, disse:</p>
<p style="text-align:justify;">- Comare, egli non si vuol dire, ma lo &#8216;ntendimento mio è l&#8217;agnolo Gabriello, il quale più che sé m&#8217;ama, sì come la più bella donna, per quello che egli mi dica, che sia nel mondo o in maremma.</p>
<p style="text-align:justify;">La comare ebbe allora voglia di ridere, ma pur si tenne per farla più avanti parlare, e disse:</p>
<p style="text-align:justify;">- In fè di Dio, madonna, se l&#8217;agnolo Gabriello è vostro intendimento e dicevi questo, egli dee bene esser così; ma io non credeva che gli agnoli facesson queste cose.</p>
<p style="text-align:justify;">Disse la donna:</p>
<p style="text-align:justify;">- Comare, voi siete errata; per le plaghe di Dio, egli il fa meglio che mio marido, e dicemi che egli si fa anche colassù; ma, per ciò che io gli paio più bella che niuna che ne sia in cielo, s&#8217;è egli innamorato di me e viensene a star meco bene spesso; mo vedì vu?</p>
<p style="text-align:justify;">La comare, partita da madonna Lisetta, le parve mille anni che ella fosse in parte ove ella potesse queste cose ridire; e ragunatasi ad una festa con una gran brigata di donne, loro ordinatamente raccontò la novella. Queste donne il dissero a&#8217; mariti e ad altre donne, e quelle a quell&#8217;altre, e così in meno di due dì ne fu tutta ripiena Vinegia. Ma tra gli altri a&#8217; quali questa cosa venne agli orecchi furono i cognati di lei, li quali, senza alcuna cosa dirle, si posero in cuore di trovare questo agnolo e di sapere se egli sapesse volare; e più notti stettero in posta.</p>
<p style="text-align:justify;">Avvenne che di questo fatto alcuna novelluzza ne venne a frate Alberto agli orecchi; il quale, per riprender la donna, una notte andatovi, appena spogliato s&#8217;era, che i cognati di lei, che veduto l&#8217;avevan venire, furono all&#8217;uscio della sua camera per aprirlo. Il che frate Alberto sentendo, e avvisato ciò che era, levatosi, non veggendo altro rifugio, aperse una finestra la qual sopra il maggior canal rispondea, e quindi si gittò nell&#8217;acqua.</p>
<p style="text-align:justify;">Il fondo v&#8217;era grande ed egli sapeva ben notare, sì che male alcun non si fece; e, notato dall&#8217;altra parte del canale, in una casa che aperta v&#8217;era prestamente se n&#8217;entrò, pregando un buono uomo che dentro v&#8217;era che per l&#8217;amor di Dio gli scampasse la vita, sue favole dicendo perché quivi a quella ora e ignudo fosse.</p>
<p style="text-align:justify;">Il buono uomo, mosso a pietà, convenendogli andare a far sue bisogne, nel suo letto il mise, e dissegli che quivi infino alla sua tornata si stesse; e dentro serratolo, andò a fare i fatti suoi.</p>
<p style="text-align:justify;">I cognati della donna entrati nella camera trovarono che l&#8217;agnolo Gabriello, quivi avendo lasciate l&#8217;ali, se n&#8217;era volato; di che quasi scornati grandissima villania dissero alla donna, e lei ultimamente sconsolata lasciarono stare e a casa lor tornarsi con gli arnesi dello agnolo.</p>
<p style="text-align:justify;">In questo mezzo, fattosi il dì chiaro, essendo il buono uomo in sul Rialto, udì dire come l&#8217;agnolo Gabriello era la notte andato a giacere con madonna Lisetta e da&#8217; cognati trovatovi, s&#8217;era per paura gittato nel canale, né si sapeva che divenuto se ne fosse; per che prestamente s&#8217;avvisò colui che in casa avea esser desso. E là venutosene e riconosciutolo, dopo molte novelle, con lui trovò modo che, s&#8217;egli non volesse che a&#8217; cognati di lei il desse, gli facesse venire cinquanta ducati; e così fu fatto.</p>
<p style="text-align:justify;">E appresso questo, disiderando frate Alberto d&#8217;uscir di quindi, gli disse il buono uomo:</p>
<p style="text-align:justify;">- Qui non ha modo alcuno, se già in uno non voleste. Noi facciamo oggi una festa, nella quale chi mena uno uomo vestito a modo d&#8217;orso e chi a guisa d&#8217;uom salvatico, e chi d&#8217;una cosa e chi d&#8217;un&#8217;altra, e in su la piazza di San Marco si fa una caccia, la qual fornita, è finita la festa; e poi ciascun va, con quel che menato ha, dove gli piace. Se voi volete, anzi che spiar si possa che voi siate qui, che io in alcun di questi modi vi meni, io vi potrò menare dove voi vorrete; altramenti non veggio come uscirci possiate che conosciuto non siate; e i cognati della donna, avvisando che voi in alcun luogo quincentro siate, per tutto hanno messe le guardie per avervi.</p>
<p style="text-align:justify;">Come che duro paresse a frate Alberto l&#8217;andare in cotal guisa, pur per la paura che aveva de&#8217; parenti della donna vi si condusse, e disse a costui dove voleva esser menato, e come il menasse era contento.</p>
<p style="text-align:justify;">Costui, avendol già tutto unto di mele ed empiuto di sopra di penna matta, e messagli una catena in gola e una maschera in capo, e datogli dall&#8217;una mano un gran bastone e dall&#8217;altra due gran cani, che dal macello avea menati, mandò uno al Rialto, che bandisse che chi volesse veder l&#8217;agnolo Gabriello andasse in su la piazza di San Marco: e fu lealtà viniziana questa.</p>
<p style="text-align:justify;">E questo fatto, dopo alquanto il menò fuori e miseselo innanzi, e andandol tenendo per la catena di dietro, non senza gran romore di molti, che tutti diceano: &#8211; Che xè quel? che xè quel? &#8211; il condusse in su la piazza, dove tra quegli che venuti gli eran dietro e quegli ancora che, udito il bando, da Rialto venuti v&#8217;erano, erano gente senza fine. Questi là pervenuto, in luogo rilevato e alto legò il suo uomo salvatico ad una colonna, sembianti faccendo d&#8217;attendere la caccia; al quale le mosche e&#8217;tafani, per ciò che di mele era unto, davan grandissima noia.</p>
<p style="text-align:justify;">Ma poi che costui vide piazza ben piena, faccendo sembianti di volere scatenare il suo uom salvatico, a frate Alberto trasse la maschera dicendo:</p>
<p style="text-align:justify;">- Signori, poi che il porco non viene alla caccia, e non si fa, acciò che voi non siate venuti in vano, io voglio che voi veggiate l&#8217;agnolo Gabriello, il quale di cielo in terra discende la notte a consolare le donne viniziane.</p>
<p style="text-align:justify;">Come la maschera fu fuori, così fu frate Alberto incontanente da tutti conosciuto; contro al quale si levaron le grida di tutti, dicendogli le più vituperose parole e la maggior villania che mai ad alcun ghiotton si dicesse, e oltre a questo per lo viso gettandogli chi una lordura e chi un&#8217;altra; e così grandissimo spazio il tennero, tanto che per ventura la novella a&#8217; suoi frati pervenuta, infino a sei di loro mossisi quivi vennero, e gittatagli una cappa in dosso e scatenatolo, non senza grandissimo romor dietro, infino a casa loro nel menarono, dove, incarceratolo, dopo misera vita si crede che egli morisse.</p>
<p style="text-align:justify;">Così costui, tenuto buono e male adoperando non essendo creduto, ardì di farsi l&#8217;agnolo Gabriello, e di questo in un uom salvatico convertito, a lungo andare, come meritato avea, vituperato senza pro pianse i peccati commessi. Così piaccia a Dio che a tutti gli altri possa intervenire.</p>
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		<title>Giornata 4 &#8211; Novella 2</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Feb 2011 18:10:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>decamerone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[Frate Alberto dà a vedere ad una donna che l&#8217;Agnolo Gabriello è di lei innamorato, in forma del quale più volte si giace con lei; poi, per paura de&#8217; parenti di lei della casa gittatosi, in casa d&#8217;uno povero uomo ricovera, il quale in forma d&#8217;uomo salvatico il dì seguente nella piazza il mena, dove, [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=decamerone.wordpress.com&amp;blog=3235786&amp;post=238&amp;subd=decamerone&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
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<div class="blip_description">Frate Alberto dà a vedere ad una donna che l&#8217;Agnolo Gabriello è di lei innamorato, in forma del quale più volte si giace con lei; poi, per paura de&#8217; parenti di lei della casa gittatosi, in casa d&#8217;uno povero uomo ricovera, il quale in forma d&#8217;uomo salvatico il dì seguente nella piazza il mena, dove, riconosciuto, è da&#8217; suoi frati preso e incarcerato.</p>
</div>
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	</item>
		<item>
		<title>Giornata Nona Novella Seconda</title>
		<link>http://decamerone.wordpress.com/2010/02/20/giornata-nona-novella-seconda/</link>
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		<pubDate>Sat, 20 Feb 2010 13:06:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>decamerone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[Levasi una badessa in fretta e al buio per trovare una sua monaca, a lei accusata, col suo amante nel letto; ed essendo con lei un prete, credendosi il saltero de&#8217; veli aver posto in capo, le brache del prete vi si pose; le quali vedendo l&#8217;accusata e fattalane accorgere, fu diliberata, ed ebbe agio [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=decamerone.wordpress.com&amp;blog=3235786&amp;post=216&amp;subd=decamerone&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2 style="text-align:center;">Levasi una badessa in fretta e al buio per trovare una sua monaca, a lei accusata, col suo amante nel letto; ed essendo con lei un prete, credendosi il saltero de&#8217; veli aver posto in capo, le brache del prete vi si pose; le quali vedendo l&#8217;accusata e fattalane accorgere, fu diliberata, ed ebbe agio di starsi col suo amante.</h2>
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<p><span id="more-216"></span></p>
<p style="text-align:justify;">&nbsp;</p>
<p>Già si tacea Filomena, e il senno della donna a torsi da dosso coloro li quali amar non volea da tutti era stato commendato, e così in contrario non amor ma pazzia era stata tenuta da tutti l&#8217;ardita presunzione degli amanti, quando la reina ad Elissa vezzosamente disse:</p>
<p>- Elissa, segui.</p>
<p>La quale prestamente incominciò.</p>
<p>Carissime donne, saviamente si seppe madonna Francesca, come detto è, liberar dalla noia sua; ma una giovane monaca, aiutandola la fortuna, sé da un soprastante pericolo, leggiadramente parlando, diliberò. E, come voi sapete, assai sono li quali, essendo stoltissimi, maestri degli altri si fanno e gastigatori, li quali, sì come voi potrete com prendere per la mia novella, la fortuna alcuna volta e meritamente vitupera; e ciò addivenne alla badessa, sotto la cui obbedienza era la monaca della quale debbo dire.</p>
<p>Sapere adunque dovete in Lombardia essere un famosissimo monistero di santità e di religione, nel quale, tra l&#8217;altre donne monache che v&#8217;erano, v&#8217;era una giovane di sangue nobile e di maravigliosa bellezza dotata, la quale, Isabetta chiamata, essendo un dì ad un suo parente alla grata venuta, d&#8217;un bel giovane che con lui era s&#8217;innamorò. Ed esso, lei veggendo bellissima, già il suo disidero avendo con gli occhi concetto, similmente di lei s&#8217;accese; e non senza gran pena di ciascuno questo amore un gran tempo senza frutto sostennero.</p>
<p>Ultimamente, essendone ciascun sollicito, venne al giovane veduta una via da potere alla sua monaca occultissimamente andare; di che ella contentandosi, non una volta ma molte, con gran piacer di ciascuno, la visitò. Ma continuandosi questo, avvenne una notte che egli da una delle donne di là entro fu veduto, senza avvedersene egli o ella, dall&#8217;Isabetta partirsi e andarsene. Il che costei con alquante altre comunicò. E prima ebber consiglio d&#8217;accusarla alla badessa, la quale madonna Usimbalda ebbe nome, buona e santa donna secondo la oppinione delle donne monache e di chiunque la conoscea; poi pensarono, acciò che la negazione non avesse luogo, di volerla far cogliere col giovane alla badessa. E così taciutesi, tra sé le vigilie e le guardie segretamente partirono per incoglier costei.</p>
<p>Or, non guardandosi l&#8217;Isabetta da questo, né alcuna cosa sappiendone, avvenne che ella una notte vel fece venire; il che tantosto sepper quelle che a ciò badavano. Le quali, quando a loro parve tempo, essendo già buona pezza di notte, in due si divisero, e una parte se ne mise a guardia del l&#8217;uscio della cella dell&#8217;Isabetta, e un&#8217;altra n&#8217;andò correndo alla camera della badessa; e picchiando l&#8217;uscio, a lei che già rispondeva, dissero:</p>
<p>- Su, madonna, levatevi tosto, ché noi abbiam trovato che l&#8217;Isabetta ha un giovane nella cella.</p>
<p>Era quella notte la badessa accompagnata d&#8217;un prete, il quale ella spesse volte in una cassa si faceva venire. La quale, udendo questo, temendo non forse le monache per troppa fretta o troppo volonterose, tanto l&#8217;uscio sospignessero che egli s&#8217;aprisse, spacciatamente si levò suso, e come il meglio seppe si vestì al buio, e credendosi tor certi veli piegati, li quali in capo portano e chiamanli il saltero, le venner tolte le brache del prete; e tanta fu la fretta, che, senza avvedersene, in luogo del saltero le si gittò in capo e uscì fuori, e prestamente l&#8217;uscio si riserrò dietro, dicendo:</p>
<p>- Dove è questa maladetta da Dio? &#8211; e con l&#8217;altre, che sì focose e sì attente erano a dover far trovare in fallo l&#8217;Isabetta, che di cosa che la badessa in capo avesse non s&#8217;avvedieno, giunse all&#8217;uscio della cella, e quello, dall&#8217;altre aiutata, pinse in terra; ed entrate dentro, nel letto trovarono i due amanti abbracciati, li quali, da cosi subito soprapprendimento storditi, non sappiendo che farsi, stettero fermi.</p>
<p>La giovane fu incontanente dall&#8217;altre monache presa, e per comandamento della badessa menata in capitolo. Il giovane s&#8217;era rimaso; e vestitosi, aspettava di veder che fine la cosa avesse, con intenzione di fare un mal giuoco a quante giugner ne potesse, se alla sua giovane novità niuna fosse fatta, e di lei menarne con seco.</p>
<p>La badessa, postasi a sedere in capitolo, in presenzia di tutte le monache, le quali solamente alla colpevole riguardavano, incominciò a dirle la maggior villania che mai a femina fosse detta, sì come a colei la quale la santità, l&#8217;onestà e la buona fama del monistero con le sue sconce e vituperevoli opere, se di fuor si sapesse, contaminate avea; e dietro alla villania aggiugneva gravissime minacce.</p>
<p>La giovane, vergognosa e timida, sì come colpevole, non sapeva che si rispondere, ma tacendo, di sé metteva compassion nell&#8217;altre; e, multiplicando pur la badessa in novelle, venne alla giovane alzato il viso e veduto ciò che la badessa aveva in capo, e gli usolieri che di qua e di là pendevano.</p>
<p>Di che ella, avvisando ciò che era, tutta rassicurata disse:</p>
<p>- Madonna, se Iddio v&#8217;aiuti, annodatevi la cuffia, e poscia mi dite ciò che voi volete.</p>
<p>La badessa, che non la intendeva, disse:</p>
<p>- Che cuffia, rea femina? Ora hai tu viso di motteggiare? Parti egli aver fatta cosa che i motti ci abbian luogo?</p>
<p>Allora la giovane un&#8217;altra volta disse:</p>
<p>- Madonna, io vi priego che voi v&#8217;annodiate la cuffia, poi dite a me ciò che vi piace. Laonde molte delle monache levarono il viso al capo della badessa, ed ella similmente ponendovisi le mani, s&#8217;accorsero perché l&#8217;Isabetta così diceva. Di che la badessa, avvedutasi del suo medesimo fallo e vedendo che da tutte veduto era né aveva ricoperta, mutò sermone, e in tutta altra guisa che fatto non avea cominciò a parlare, e conchiudendo venne impossibile essere il potersi dagli stimoli della carne difendere; e per ciò chetamente, come infino a quel dì fatto s&#8217;era, disse che ciascuna si desse buon tempo quando potesse.</p>
<p>E liberata la giovane, col suo prete si tornò a dormire, e l&#8217;Isabetta col suo amante. Il qual poi molte volte, in dispetto di quelle che di lei avevano invidia, vi fe&#8217;venire. L&#8217;altre che senza amante erano, come seppero il meglio, segretamente procacciaron lor ventura.</p>
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		<item>
		<title>Giornata Ottava Novella Quinta</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Jan 2010 22:13:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>decamerone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Novella quinta]]></category>
		<category><![CDATA[Ottava Giornata]]></category>
		<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[Tre giovani traggono le brache ad un giudice marchigiano in Firenze, mentre che egli, essendo al banco, teneva ragione. Download Fatto aveva Emilia fine al suo ragionamento, essendo stata la vedova donna commendata da tutti, quando la reina, a Filostrato guardando, disse: - A te viene ora il dover dire. Per la qual cosa egli [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=decamerone.wordpress.com&amp;blog=3235786&amp;post=214&amp;subd=decamerone&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2 style="text-align:center;">Tre giovani traggono le brache ad un giudice marchigiano in Firenze, mentre che egli, essendo al banco, teneva ragione.</h2>
<p><script type="text/javascript" src="http://blip.tv/syndication/write_player?skin=js&posts_id=3131304&cross_post_destination=-1&view=full_js"></script> <a href="http://blip.tv/file/get/Paskino-Giornata8Novella5941.mp3">Download</a></p>
<p><span id="more-214"></span></p>
<p style="text-align:justify;">Fatto aveva Emilia fine al suo ragionamento, essendo stata la vedova donna commendata da tutti, quando la reina, a Filostrato guardando, disse:</p>
<p style="text-align:justify;">- A te viene ora il dover dire.</p>
<p style="text-align:justify;">Per la qual cosa egli prestamente rispose sè essere apparecchiato, e cominciò.</p>
<p style="text-align:justify;">Dilettose donne, il giovane che Elissa poco avanti nominò, cioè Maso del Saggio, mi farà lasciare stare una novella la quale io di dire intendeva, per dirne una di lui e d&#8217;alcuni suoi compagni, la quale ancora che disonesta non sia, per ciò che vocaboli in essa s&#8217;usano che voi d&#8217;usar vi vergognate, nondimeno è ella tanto da ridere, che io la pur dirò.</p>
<p style="text-align:justify;">Come voi tutte potete avere udito, nella nostra città vengono molto spesso rettori marchigiani, li quali generalmente sono uomini di povero cuore e di vita tanto strema e tanto misera, che altro non pare ogni lor fatto che una pidocchieria; e per questa loro innata miseria e avarizia, menan seco e giudici e notai, che paion uomini levati più tosto dallo aratro o tratti dalla calzoleria, che delle scuole delle leggi.</p>
<p style="text-align:justify;">Ora, essendovene venuto uno per podestà, tra gli altri molti giudici che seco menò, ne menò uno il quale si facea chiamare messer Niccola da San Lepidio, il qual pareva più tosto un magnano che altro a vedere, e fu posto costui tra gli altri giudici ad udire le quistion criminali.</p>
<p style="text-align:justify;">E come spesso avviene che, bene che i cittadini non abbiano a fare cosa del mondo a Palagio, pur talvolta vi vanno, avvenne che Maso del Saggio una mattina, cercando d&#8217;un suo amico, v&#8217;andò; e venutogli guardato là dove questo messer Niccola sedeva, parendogli che fosse un nuovo uccellone, tutto il venne considerando. E, come che egli gli vedesse il vaio tutto affumicato in capo e un pennaiuolo a cintola, e più lunga la gonnella che la guarnacca, e assai altre cose tutte strane da ordinato e costumato uomo, tra queste una, ch&#8217;è più notabile che alcuna dell&#8217;altre, al parer suo, ne gli vide, e ciò fu un paio di brache, le quali, sedendo egli e i panni per istrettezza standogli aperti dinanzi, vide che il fondo loro in fino a mezza gamba gli aggiugnea.</p>
<p style="text-align:justify;">Per che, senza star troppo a guardarle, lasciato quello che andava cercando, incominciò a far cerca nuova, e trovò due suoi compagni, de&#8217; quali l&#8217;uno aveva nome Ribi e l&#8217;altro Matteuzzo, uomini ciascun di loro non meno sollazzevoli che Maso, e disse loro:</p>
<p style="text-align:justify;">- Se vi cal di me, venite meco infino a Palagio, ché io vi voglio mostrare il più nuovo squasimodeo che voi vedeste mai.</p>
<p style="text-align:justify;">E con loro andatosene in Palagio, mostrò loro questo giudice e le brache sue. Costoro dalla lungi cominciarono a ridere di questo fatto, e fattisi più vicini alle panche sopra le quali messer lo giudice stava, vider che sotto quelle panche molto leggiermente si poteva andare, e oltre a ciò videro rotta l&#8217;asse sopra la quale messer lo giudicio teneva i piedi, tanto che a grand&#8217;agio vi si poteva mettere la mano e &#8216;l braccio.</p>
<p style="text-align:justify;">E allora Maso disse a&#8217; compagni:</p>
<p style="text-align:justify;">- Io voglio che noi gli traiamo quelle brache del tutto, per ciò che si può troppo bene.</p>
<p style="text-align:justify;">Aveva già ciascun de&#8217; compagni veduto come: per che, fra sè ordinato che dovessero fare e dire, la seguente mattina vi ritornarono; ed essendo la corte molto piena d&#8217;uomini, Matteuzzo, che persona non se ne avvide, entrò sotto il banco e andossene appunto sotto il luogo dove il giudice teneva i piedi. Maso dall&#8217;un de&#8217; lati accostatosi a messer lo giudice, il prese per lo lembo della guarnacca, e Ribi accostatosi dall&#8217;altro e fatto il simigliante, incominciò Maso a dire:</p>
<p style="text-align:justify;">- Messer, o messere; io vi priego per Dio, che, innanzi che cotesto ladroncello, che v&#8217;è costì dallato, vada altrove, che voi mi facciate rendere un mio paio d&#8217;uose le quali egli m&#8217;ha imbolate, e dice pur di no, e io il vidi, non è ancora un mese, che le faceva risolare.</p>
<p style="text-align:justify;">Ribi dall&#8217;altra parte gridava forte:</p>
<p style="text-align:justify;">- Messere, non gli credete, ché egli è un ghiottoncello, e perché egli sa che io son venuto a richiamarmi di lui d&#8217;una valigia la quale egli m&#8217;ha imbolata, ed egli è testè venuto e dice dell&#8217;uose, che io m&#8217;aveva in casa infin vie l&#8217;altrieri, e se voi non mi credeste, io vi posso dare per testimonia la trecca mia dallato, e la Grassa ventraiuola, e un che va raccogliendo la spazzatura da Santa Maria a Verzaia, che &#8216;l vide quando egli tornava di villa.</p>
<p style="text-align:justify;">Maso d&#8217;altra parte non lasciava dire a Ribi, anzi gridava, e Ribi gridava ancora. E mentre che il giudice stava ritto e loro più vicino per intendergli meglio, Matteuzzo, preso tempo, mise la mano per lo rotto dell&#8217;asse, e pigliò il fondo delle brache del giudice, e tirò giù forte. Le brache ne venner giuso incontanente, per ciò che il giudice era magro e sgroppato. Il quale, questo fatto sentendo e non sappiendo che ciò si fosse, volendosi tirare i panni dinanzi e ricoprirsi e porsi a sedere, Maso dall&#8217;un lato e Ribi dall&#8217;altro pur tenendolo e gridando forte:</p>
<p style="text-align:justify;">- Messer, voi fate villania a non farmi ragione, e non volermi udire, e volervene andare altrove; di così piccola cosa, come questa è, non si dà libello in questa terra; &#8211; e tanto in queste parole il tennero per li panni, che quanti nella corte n&#8217;erano s&#8217;accorsero essergli state tratte le brache. Ma Matteuzzo, poi che alquanto tenute l&#8217;ebbe, lasciatele, se n&#8217;uscì fuori e andossene senza esser veduto.</p>
<p style="text-align:justify;">Ribi, parendogli di aver assai fatto, disse:</p>
<p style="text-align:justify;">- Io fo boto a Dio d&#8217;aiutarmene al sindacato.</p>
<p style="text-align:justify;">E Maso dall&#8217;altra parte, lasciatagli la guarnacca disse:</p>
<p style="text-align:justify;">- No, io ci pur verrò tante volte, che io vi troverrò così impacciato come voi siete paruto stamane; &#8211; e l&#8217;uno in qua e l&#8217;altro in là, come più tosto poterono, si partirono.</p>
<p style="text-align:justify;">Messer lo giudice, tirate in su le brache in presenza d&#8217;ogni uomo, come se da dormir si levasse accorgendosi pure allora del fatto, domandò dove fossero andati quegli che dell&#8217;uose e della valigia avevan quistione; ma, non ritrovandosi, cominciò a giurare per le budella di Dio che e&#8217;gli conveniva cognoscere e saper se egli s&#8217;usava a Firenze di trarre le brache a&#8217; giudici, quando sedevano al banco della ragione.</p>
<p style="text-align:justify;">Il podestà d&#8217;altra parte, sentitolo, fece un grande schiamazzio; poi per suoi amici mostratogli che questo non gli era fatto se non per mostrargli che i fiorentini conoscevano che, dove egli doveva aver menati giudici, egli aveva menati becconi per averne miglior mercato, per lo miglior si tacque, né più avanti andò la cosa per quella volta.</p>
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	</item>
		<item>
		<title>Giornata Ottava Novella Prima</title>
		<link>http://decamerone.wordpress.com/2009/11/15/giornata-ottava-novella-prima/</link>
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		<pubDate>Sun, 15 Nov 2009 12:30:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>decamerone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[Gulfardo prende da Guasparruolo denari in prestanza, e con la moglie di lui accordato di dover giacer con lei per quegli, sì gliele dà, e poi in presenzia di lei a Guasparruolo dice che a lei gli diede, ed ella dice che è il vero. Download Se così ha disposto Iddio che io debba alla [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=decamerone.wordpress.com&amp;blog=3235786&amp;post=210&amp;subd=decamerone&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2 style="text-align:center;">Gulfardo prende da Guasparruolo denari in prestanza, e con la moglie di lui accordato di dover giacer con lei per quegli, sì gliele dà, e poi in presenzia di lei a Guasparruolo dice che a lei gli diede, ed ella dice che è il vero.</h2>
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<p style="text-align:justify;"><span id="more-210"></span><br />
Se così ha disposto Iddio che io debba alla presente giornata dare con la mia novella cominciamento, ed el mi piace. E per ciò, amorose donne, con ciò sia cosa che molto detto si sia delle beffe fatte dalle donne agli uomini, una fattane da uno uomo ad una donna mi piace di raccontarne, non già perché io intenda in quella di biasimare ciò che l&#8217;uom fece o di dire che alla donna non fosse bene investito, anzi per commendar l&#8217;uomo e biasimare la donna, e per mostrare che anche gli uomini sanno beffare chi crede loro, come essi da cui egli credono son beffati; avvegna che, chi volesse più propriamente parlare, quello che io dir debbo non si direbbe beffa, anzi si direbbe merito; per ciò che, con ciò sia cosa che ciascuna donna debba essere onestissima e la sua castità come la sua vita guardare, né per alcuna cagione a contaminarla conducersi; e questo non potendosi così appieno tuttavia, come si converrebbe, per la fragilità nostra; affermo colei esser degna del fuoco la quale a ciò per prezzo si conduce; dove chi per amore, conoscendo le sue forze grandissime, perviene, da giudice non troppo rigido merita perdono, come, pochi dì son passati, ne mostrò Filostrato essere stato in madonna Filippa osservato in Prato.</p>
<p>Fu adunque già in Melano un tedesco al soldo, il cui nome fu Gulfardo, pro&#8217;della persona e assai leale a coloro ne&#8217;cui servigi si mettea, il che rade volte suole de&#8217; tedeschi a venire; e per ciò che egli era nelle prestanze de&#8217; denari che fatte gli erano lealissimo renditore, assai mercatanti avrebbe trovati che per piccolo utile ogni quantità di denari gli avrebber prestata.</p>
<p>Pose costui, in Melan dimorando, l&#8217;amor suo in una donna assai bella, chiamata madonna Ambruogia, moglie d&#8217;un ricco mercatante, che aveva nome Guasparruol Cagastraccio, il quale era assai suo conoscente e amico; e amandola assai discretamente, senza avvedersene il marito né altri, le mandò un giorno a parlare, pregandola che le dovesse piacere d&#8217;essergli del suo amor cortese, e che egli era dalla sua parte presto a dover far ciò che ella gli comandasse.</p>
<p>La donna, dopo molte novelle, venne a questa conclusione, che ella era presta di far ciò che a Gulfardo piacesse, dove due cose ne dovesser seguire: l&#8217;una, che questo non dovesse mai per lui esser manifestato ad alcuna persona; l&#8217;altra, che, con ciò fosse cosa che ella avesse per alcuna sua cosa bisogno di fiorini dugento d&#8217;oro, voleva che egli, che ricco uomo era, gliele donasse, e appresso sempre sarebbe al suo servigio.</p>
<p>Gulfardo, udendo la &#8216;ngordigia di costei, sdegnato per la viltà di lei, la quale egli credeva che fosse una valente donna, quasi in odio trasmutò il fervente amore, e pensò di doverla beffare, e mandolle dicendo che molto volentieri e quello e ogn&#8217;altra cosa, che egli potesse, che le piacesse; e per ciò mandassegli pure a dire quando ella volesse che egli andasse a lei, ché egli gliele porterebbe, né che mai di questa cosa alcun sentirebbe, se non un suo compagno di cui egli si fidava molto e che sempre in sua compagnia andava in ciò che faceva.</p>
<p>La donna, anzi cattiva femina, udendo questo, fu contenta, e mandogli dicendo che Guasparruolo suo marito doveva ivi a pochi dì per sue bisogne andare infino a Genova, e allora ella gliele farebbe assapere e manderebbe per lui.</p>
<p>Gulfardo, quando tempo gli parve, se n&#8217;andò a Guasparruolo e sì gli disse:</p>
<p>- Io son per fare un mio fatto, per lo quale mi bisognano fiorini dugento d&#8217;oro, li quali io voglio che tu mi presti con quello utile che tu mi suogli prestare degli altri.</p>
<p>Guasparruolo disse che volentieri, e di presente gli annoverò i denari.</p>
<p>Ivi a pochi giorni Guasparruolo andò a Genova, come la donna aveva detto; per la qual cosa la donna mandò a Gulfardo che a lei dovesse venire e recare li dugento fiorin d&#8217;oro. Gulfardo, preso il compagno suo, se n&#8217;andò a casa della donna, e trovatala che l&#8217;aspettava, la prima cosa che fece, le mise in mano questi dugento fiorin d&#8217;oro, veggente il suo compagno, e sì le disse:</p>
<p>- Madonna, tenete questi denari, e daretegli a vostro marito quando serà tornato.</p>
<p>La donna gli prese, e non s&#8217;avvide perché Gulfardo dicesse così; ma si credette che egli il facesse, acciò che &#8216;l compagno suo non s&#8217;accorgesse che egli a lei per via di prezzo gli desse. Per che ella disse:</p>
<p>- Io il farò volentieri, ma io voglio vedere quanti sono; &#8211; e versatigli sopra una tavola e trovatigli esser dugento, seco forte contenta, gli ripose, e tornò a Gulfardo, e lui nella sua camera menato, non solamente quella volta, ma molte altre, avanti che &#8216;l marito tornasse da Genova, della sua persona gli sodisfece.</p>
<p>Tornato Guasparruolo da Genova, di presente Gulfardo, avendo appostato che insieme con la moglie era, [preso il compagno suo], se n&#8217;andò a lui, e in presenza di lei disse:</p>
<p>- Guasparruolo, i denari, cioè li dugento fiorin d&#8217;oro che l&#8217;altrier mi prestasti, non m&#8217;ebber luogo, per ciò che io non pote&#8217;fornir la bisogna per la quale gli presi; e per ciò io gli recai qui di presente alla donna tua, e sì gliele diedi; e per ciò dannerai la mia ragione.</p>
<p>Guasparruolo, volto alla moglie, la domandò se avuti gli avea. Ella, che quivi vedeva il testimonio, nol seppe negare, ma disse:</p>
<p>- Mai sì che io gli ebbi, né me n&#8217;era ancora ricordata di dirloti.</p>
<p>Disse allora Guasparruolo:</p>
<p>- Gulfardo, io son contento; andatevi pur con Dio, che io acconcerò bene la vostra ragione.</p>
<p>Gulfardo partitosi, e la donna rimasa scornata diede al marito il disonesto prezzo della sua cattività; e così il sagace amante senza costo godé della sua avara donna.</p>
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	</item>
		<item>
		<title>Giornata Terza Novella Quarta</title>
		<link>http://decamerone.wordpress.com/2009/10/25/giornata-terza-novella-quarta/</link>
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		<pubDate>Sun, 25 Oct 2009 10:04:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>decamerone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Novella quarta]]></category>
		<category><![CDATA[Terza Giornata]]></category>

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		<description><![CDATA[Don Felice insegna a frate Puccio come egli diverrà beato faccendo una sua penitenzia; la quale frate Puccio fa, e don Felice in questo mezzo con la moglie del frate si dà buon tempo. Download Poi che Filomena, finita la sua novella, si tacque, avendo Dioneo con dolci parole molto lo &#8216;ngegno della donna commendato [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=decamerone.wordpress.com&amp;blog=3235786&amp;post=206&amp;subd=decamerone&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2 style="text-align:center;">Don Felice insegna a frate Puccio come egli diverrà beato faccendo una sua penitenzia; la quale frate Puccio fa, e don Felice in questo mezzo con la moglie del frate si dà buon tempo.</h2>
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<p><span id="more-206"></span></p>
<p style="text-align:justify;">Poi che Filomena, finita la sua novella, si tacque, avendo Dioneo con dolci parole molto lo &#8216;ngegno della donna commendato e ancora la preghiera da Filomena ultimamente fatta, la reina ridendo guardò verso Panfilo, e disse:</p>
<p style="text-align:justify;">- Ora appresso, Panfilo, continua con alcuna piacevol cosetta il nostro diletto.</p>
<p style="text-align:justify;">Panfilo prestamente rispose che volontieri, e cominciò.</p>
<p style="text-align:justify;">Madonna, assai persone sono che, mentre che essi si sforzano d&#8217;andarne in paradiso, senza avvedersene vi mandano altrui; il che ad una nostra vicina, non ha ancor lungo tempo, sì come voi potrete udire, intervenne.</p>
<p style="text-align:justify;">Secondo che io udii già dire, vicino di san Brancazio stette un buon uomo e ricco, il quale fu chiamato Puccio di Rinieri, che poi, essendo tutto dato allo spirito, si fece bizzoco di quegli di san Francesco, e fu chiamato frate Puccio, e seguendo questa sua vita spirituale, per ciò che altra famiglia non avea che una sua donna e una fante, né per questo ad alcuna arte attender gli bisognava, usava molto la chiesa. E per ciò che uomo idiota era e di grossa pasta, diceva suoi paternostri, andava alle prediche, stava alle messe, né mai falliva che alle laude che cantavano i secolari esso non fosse, e digiunava e disciplinavasi, e bucinavasi che egli era degli scopatori.</p>
<p style="text-align:justify;">La moglie, che monna Isabetta avea nome, giovane ancora di ventotto in trenta anni, fresca e bella e ritondetta che pareva una mela casolana, per la santità del marito e forse per la vecchiezza, faceva molto spesso troppo più lunghe diete che voluto non avrebbe; e, quand&#8217;ella si sarebbe voluta dormire o forse scherzar con lui, ed egli le raccontava la vita di Cristo e le prediche di frate Nastagio o il lamento della Maddalena o così fatte cose.</p>
<p style="text-align:justify;">Tornò in questi tempi da Parigi un monaco chiamato don Felice, conventuale di san Brancazio, il quale assai giovane e bello della persona era e d&#8217;aguto ingegno e di profonda scienza, col qual frate Puccio prese una stretta dimestichezza. E per ciò che costui ogni suo dubbio molto bene gli solvea, e oltre a ciò, avendo la sua condizion conosciuta, gli si mostrava santissimo, se lo incominciò frate Puccio a menare talvolta a casa e a dargli desinare e cena, secondo che fatto gli venia; e la donna altressì per amor di fra Puccio era sua dimestica divenuta e volentier gli faceva onore.</p>
<p style="text-align:justify;">Continuando adunque il monaco a casa di fra Puccio e veggendo la moglie così fresca e ritondetta, s&#8217;avvisò qual dovesse essere quella cosa della quale ella patisse maggior difetto; e pensossi, se egli potesse, per tor fatica a fra Puccio, di volerla supplire. E, postole l&#8217;occhio addosso e una volta e altra bene astutamente, tanto fece che egli l&#8217;accese nella mente quello medesimo disidero che aveva egli; di che accortosi il monaco, come prima destro gli venne, con lei ragionò il suo piacere. Ma, quantunque bene la trovasse disposta a dover dare all&#8217;opera compimento, non si poteva trovar modo, per ciò che costei in niun luogo del mondo si voleva fidare ad esser col monaco se non in casa sua; e in casa sua non si potea, perché fra Puccio non andava mai fuor della terra; di che il monaco avea gran malinconia.</p>
<p style="text-align:justify;">E dopo molto gli venne pensato un modo da dover potere essere colla donna in casa sua senza sospetto, non ostante che fra Puccio in casa fosse. Ed essendosi un dì andato a star con lui frate Puccio, gli disse così:</p>
<p style="text-align:justify;">- Io ho già assai volte compreso, fra Puccio, che tutto il tuo disidero è di divenir santo, alla qual cosa mi par che tu vadi per una lunga via, là dove ce n&#8217;è una che è molto corta, la quale il papa e gli altri suoi maggior prelati, che la sanno e usano, non vogliono che ella si mostri; per ciò che l&#8217;ordine chericato, che il più di limosine vive, incontanente sarebbe disfatto, sì come quello al quale più i secolari né con limosine né con altro attenderebbono. Ma, per ciò che tu se&#8217;mio amico e ha&#8217; mi onorato molto, dove io credessi che tu a niuna persona del mondo l&#8217;appalesassi, e volessila seguire, io la t&#8217;insegnerei.</p>
<p style="text-align:justify;">Frate Puccio, divenuto disideroso di questa cosa, prima cominciò &#8216;a pregare con grandissima instanzia che gliele insegnasse, e poi a giurare che mai, se non quanto gli piacesse, ad alcuno nol direbbe, affermando che, se tal fosse che esso seguir la potesse, di mettervisi.</p>
<p style="text-align:justify;">- Poi che tu così mi prometti, &#8211; disse il monaco &#8211; e io la ti mosterrò. Tu dei sapere che i santi dottori tengono che a chi vuol divenir beato si convien fare la penitenzia che tu udirai; ma intendi sanamente: io non dico, che dopo la penitenzia tu non sii peccatore come tu ti se&#8217;; ma avverrà questo, che i peccati che tu hai infino all&#8217;ora della penitenzia fatti, tutti si purgheranno e sarannoti per quella perdonati; e quegli che tu farai poi non saranno scritti a tua dannazione, anzi se n&#8217;andranno con l&#8217;acqua benedetta, come ora fanno i veniali.</p>
<p style="text-align:justify;">Conviensi adunque l&#8217;uomo principalmente con gran diligenzia confessare de&#8217; suoi peccati quando viene a cominciar la penitenzia; e appresso questo li convien cominciare un digiuno e una astinenzia grandissima, la qual convien che duri quaranta dì, ne&#8217;quali, non che da altra femina, ma da toccare la propria tua moglie ti conviene astenere. E oltre a questo si conviene avere nella tua propria casa alcun luogo donde tu possi la notte vedere il cielo, e in su l&#8217;ora della compieta andare in questo luogo, e quivi avere una tavola molto larga ordinata in guisa che, stando tu in pie&#8217;, vi possi le reni appoggiare, e tenendo gli piedi in terra distender le braccia a guisa di crucifisso; e se tu quelle volessi appoggiare ad alcun cavigliuolo, puoil fare; e in questa maniera guardando il cielo, star senza muoverti punto insino a matutino. E, se tu fossi litterato, ti converrebbe in questo mezzo dire certe orazioni che io ti darei; ma, perché non se&#8217;, ti converrà dire trecento paternostri con trecento avemarie a reverenzia della Trinità, e riguardando il cielo, sempre aver nella memoria Iddio essere stato creatore del cielo e della terra, e la passion di Cristo, stando in quella maniera che stette egli in su la croce.</p>
<p style="text-align:justify;">Poi, come matutino suona, te ne puoi, se tu vuogli, andare e così vestito gittarti sopra &#8216;l letto tuo e dormire: e la mattina appresso si vuole andare alla chiesa, e quivi udire almeno tre messe e dir cinquanta paternostri con altrettante avemarie; e appresso questo con simplicità fare alcuni tuoi fatti, se a far n&#8217;hai alcuno, e poi desinare, ed essere appresso al vespro nella chiesa e quivi dire certe orazioni che io ti darò scritte, senza le quali non si può fare; e poi in su la compieta ritornare al modo detto. E faccendo questo, sì come io feci già, spero che anzi che la fine della penitenzia venga, tu sentirai maravigliosa cosa della beatitudine etterna, se con divozione fatta l&#8217;avrai.</p>
<p style="text-align:justify;">Frate Puccio disse allora:</p>
<p style="text-align:justify;">- Questa non è troppo grave cosa, né troppo lunga, e deesi assai ben poter fare; e per ciò io voglio al nome di Dio cominciar domenica.</p>
<p style="text-align:justify;">E da lui partitosene e andatosene a casa, ordinatamente, con sua licenzia perciò, alla moglie disse ogni cosa.</p>
<p style="text-align:justify;">La donna intese troppo bene per lo star fermo infino a matutino senza muoversi ciò che il monaco voleva dire; per che, parendole assai buon modo, disse che di questo e d&#8217;ogn&#8217;altro bene, che egli per l&#8217;anima sua faceva, ella era contenta, e che, acciò che Iddio gli facesse la sua penitenzia profittevole, ella voleva con esso lui digiunare, ma fare altro no.</p>
<p style="text-align:justify;">Rimasi adunque in concordia, venuta la domenica, frate Puccio cominciò la sua penitenzia, e messer lo monaco, convenutosi colla donna, ad ora che veduto non poteva essere, le più delle sere con lei se ne veniva a cenare, seco sempre recando e ben da mangiare e ben da bere, poi con lei si giaceva infino all&#8217;ora del matutino, al quale levandosi se n&#8217;andava, e frate Puccio tornava al letto.</p>
<p style="text-align:justify;">Era il luogo, il quale frate Puccio aveva alla sua penitenzia eletto, allato alla camera nella quale giaceva la donna, né da altro era da quella diviso che da un sottilissimo muro; per che, ruzzando messer lo monaco troppo colla donna alla scapestrata ed ella con lui, parve a frate Puccio sentire alcuno dimenamento di palco della casa; di che, avendo già detti cento de&#8217; suoi paternostri, fatto punto quivi, chiamò la donna senza muoversi, e domandolla ciò che ella faceva.</p>
<p style="text-align:justify;">La donna, che motteggevole era molto, forse cavalcando allora senza sella la bestia di san Benedetto o vero di san Giovanni Gualberto, rispose:</p>
<p style="text-align:justify;">- Gnaffe, marito mio, io mi dimeno quanto io posso.</p>
<p style="text-align:justify;">Disse allora frate Puccio:</p>
<p style="text-align:justify;">- Come ti dimeni? Che vuol dir questo dimenare?</p>
<p style="text-align:justify;">La donna ridendo, che e di buona aria e valente donna era, e forse avendo cagion di ridere, rispose:</p>
<p style="text-align:justify;">- Come non sapete voi quello che questo vuol dire? Ora io ve l&#8217;ho udito dire mille volte: chi la sera non cena, tutta notte si dimena.</p>
<p style="text-align:justify;">Credettesi frate Puccio che il digiunare, il quale ella a lui mostrava di fare, le fosse cagione di non poter dormire, e per ciò per lo letto si dimenasse, per che egli di buona fede disse</p>
<p style="text-align:justify;">- Donna, io t&#8217;ho ben detto, non digiunare; ma, poiché pur l&#8217;hai voluto fare, non pensare a ciò, pensa di riposarti; tu dai tali volte per lo letto, che tu fai dimenar ciò che ci e&#8217;.</p>
<p style="text-align:justify;">Disse allora la donna:</p>
<p style="text-align:justify;">- Non ve ne caglia no; io so ben ciò ch&#8217;i&#8217; mi fo; fate pur ben voi, ché io farò bene io, se io potrò.</p>
<p style="text-align:justify;">Stettesi adunque cheto frate Puccio e rimise mano à suoi paternostri; e la donna e messer lo monaco da questa notte innanzi, fatto in altra parte della casa ordinare un letto, in quello, quanto durava il tempo della penitenzia di frate Puccio, con grandissima festa si stavano, e ad una ora il monaco se n&#8217;andava e la donna al suo letto tornava, e poco stante dalla penitenzia a quello se ne venia frate Puccio.</p>
<p style="text-align:justify;">Continuando adunque in così fatta maniera il frate la penitenzia e la donna col monaco il suo diletto, più volte motteggiando disse con lui:</p>
<p style="text-align:justify;">- Tu fai fare la penitenzia a frate Puccio, per la quale noi abbiam guadagnato il paradiso.</p>
<p style="text-align:justify;">E parendo molto bene stare alla donna, sì s&#8217;avvezzò à cibi del monaco che, essendo dal marito lungamente stata tenuta in dieta, ancora che la penitenzia di frate Puccio si consumasse, modo trovò di cibarsi in altra parte con lui, e con discrezione lungamente ne prese il suo piacere.</p>
<p style="text-align:justify;">Di che, acciò che l&#8217;ultime parole non sieno discordanti alle prime, avvenne che, dove frate Puccio, faccendo penitenzia sé credette mettere in paradiso, egli vi mise il monaco, che da andarvi tosto gli avea mostrata la via, e la moglie, che con lui in gran necessità vivea di ciò che messer lo monaco, come misericordioso, gran divizia le fece.</p>
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	</item>
		<item>
		<title>Giornata Terza Novella Decima</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Oct 2009 20:10:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>decamerone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Novella decima]]></category>
		<category><![CDATA[Terza Giornata]]></category>

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		<description><![CDATA[Alibech diviene romita, a cui Rustico monaco insegna rimettere il diavolo in inferno; poi, quindi tolta, diventa moglie di Neerbale. Download Dioneo, che diligentemente la novella della reina ascoltata avea, sentendo che finita era e che a lui solo restava il dire, senza comandamento aspettare, sorridendo cominciò a dire. Graziose donne, voi non udiste forse [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=decamerone.wordpress.com&amp;blog=3235786&amp;post=199&amp;subd=decamerone&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2 style="text-align:center;">Alibech diviene romita, a cui Rustico monaco insegna rimettere il diavolo in inferno; poi, quindi tolta, diventa moglie di Neerbale.</h2>
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<p><span id="more-199"></span></p>
<p style="text-align:justify;">Dioneo, che diligentemente la novella della reina ascoltata avea, sentendo che finita era e che a lui solo restava il dire, senza comandamento aspettare, sorridendo cominciò a dire.</p>
<p style="text-align:justify;">Graziose donne, voi non udiste forse mai dire come il diavolo si rimetta in inferno; e per ciò, senza partirmi guari dallo effetto che voi tutto questo dì ragionato avete, io il vi vo&#8217;dire; forse ancora ne potrete guadagnare l&#8217;anima avendolo apparato, e potrete anche conoscere che, quantunque Amore i lieti palagi e le morbide camere più volentieri che le povere capanne abiti, non è egli per ciò che alcuna volta esso fra&#8217;folti boschi e fra le rigide alpi e nelle diserte spelunche non faccia le sue forze sentire; il perché comprender si può alla sua potenza essere ogni cosa suggetta.</p>
<p style="text-align:justify;">Adunque, venendo al fatto, dico che nella città di Capsa in Barberia fu già un ricchissimo uomo, il quale tra alcuni altri suoi figliuoli aveva una figlioletta bella e gentilesca, il cui nome fu Alibech. La quale, non essendo cristiana e udendo a molti cristiani che nella città erano molto commendare la cristiana fede e il servire a Dio, un dì ne domandò alcuno in che maniera e con meno impedimento a Dio si potesse servire. Il quale le rispose che coloro meglio a Dio servivano che più delle cose del mondo fuggivano, come coloro facevano che nelle solitudini de&#8217; diserti di Tebaida andati se n&#8217;erano.</p>
<p style="text-align:justify;">La giovane, che semplicissima era e d&#8217;età forse di quattordici anni, non da ordinato disidero ma da un cotal fanciullesco appetito mossa, senza altro farne ad alcuna persona sentire, la seguente mattina ad andar verso il diserto di Tebaida nascosamente tutta sola si mise; e con gran fatica di lei, durando l&#8217;appetito, dopo alcun dì a quelle solitudini pervenne; e veduta di lontano una casetta, a quella n&#8217;andò, dove un santo uomo trovò sopra l&#8217;uscio, il quale, maravigliandosi di quivi vederla, la domandò quello che ella andasse cercando. La quale rispose, che, spirata da Dio andava cercando d&#8217;essere al suo servigio, e ancora chi le &#8216;nsegnasse come servire gli si conveniva.</p>
<p style="text-align:justify;">Il valente uomo, veggendola giovane e assai bella, temendo non il demonio, se egli la ritenesse, lo &#8216;ngannasse, le commendò la sua buona disposizione; e dandole alquanto da mangiare radici d&#8217;erbe e pomi salvatichi e datteri e bere acqua, le disse:</p>
<p style="text-align:justify;">- Figliuola mia, non guari lontan di qui è un santo uomo, il quale di ciò che tu vai cercando è molto migliore maestro che io non sono; a lui te n&#8217;andrai; &#8211; e misela nella via.</p>
<p style="text-align:justify;">Ed ella, pervenuta a lui e avute da lui queste medesime parole, andata più avanti, pervenne alla cella d&#8217;uno romito giovane, assai divota persona e buona, il cui nome era Rustico, e quella dimanda gli fece che agli altri aveva fatta. Il quale, per volere fare della sua fermezza una gran pruova, non come gli altri la mandò via o più avanti, ma seco la ritenne nella sua cella; e venuta la notte, un lettuccio di frondi di palma le fece da una parte e sopra quello le disse si riposasse.</p>
<p style="text-align:justify;">Questo fatto, non preser guari d&#8217;indugio le tentazioni a dar battaglia alle forze di costui; il quale, trovandosi di gran lunga ingannato da quelle, senza troppi assalti voltò le spalle e rendessi per vinto; e lasciati stare dall&#8217;una delle parti i pensier santi e l&#8217;orazioni e le discipline, a recarsi per la memoria la giovinezza e la bellezza di costei &#8216;ncominciò, e oltre a questo a pensar che via e che modo egli dovesse con lei tenere, acciò che essa non s&#8217;accorgesse lui come uomo dissoluto pervenire a quello che egli di lei disiderava. E tentato primieramente con certe domande, lei non aver mai uomo conosciuto conobbe e così essere semplice come parea; per che s&#8217;avvisò come, sotto spezie di servire a Dio, lei dovesse recare a&#8217; suoi piaceri. E primieramente con molte parole le mostrò quanto il diavolo fosse nemico di Domeneddio; e appresso le diede ad intendere che quello servigio che più si poteva far grato a Dio si era rimettere il diavolo in inferno, nel quale Domeneddio l&#8217;aveva dannato.</p>
<p style="text-align:justify;">La giovinetta il domandò, come questo si facesse. Alla quale Rustico disse:</p>
<p style="text-align:justify;">- Tu il saprai tosto, e perciò farai quello che a me far vedrai; &#8211; e cominciossi a spogliare quegli pochi vestimenti che aveva, e rimase tutto ignudo, e così ancora fece la fanciulla, e posesi ginocchione a guisa che adorar volesse e dirimpetto a sé fece star lei.</p>
<p style="text-align:justify;">E così stando, essendo Rustico più che mai nel suo disidero acceso per lo vederla così bella, venne la resurrezion della carne, la quale riguardando Alibech e maravigliatasi, disse:</p>
<p style="text-align:justify;">- Rustico, quella che cosa è che io ti veggio che così si pigne in fuori, e non l&#8217;ho io?</p>
<p style="text-align:justify;">- O figliuola mia, &#8211; disse Rustico &#8211; questo è il diavolo di che io t&#8217;ho parlato. E vedi tu? ora egli mi dà grandissima molestia, tanta che io appena la posso sofferire.</p>
<p style="text-align:justify;">Allora disse la giovane:</p>
<p style="text-align:justify;">- Oh lodato sia Iddio, ché io veggio che io sto meglio che non stai tu, ché io non ho cotesto diavolo io.</p>
<p style="text-align:justify;">Disse Rustico:</p>
<p style="text-align:justify;">- Tu di&#8217;vero, ma tu hai un&#8217;altra cosa che non la ho io, e haila in iscambio di questo.</p>
<p style="text-align:justify;">Disse Alibech: &#8211; O che?</p>
<p style="text-align:justify;">A cui Rustico disse:</p>
<p style="text-align:justify;">- Hai il ninferno; e dicoti che io mi credo che Iddio t&#8217;abbia qui mandata per la salute della anima mia, per ciò che se questo diavolo pur mi darà questa noia, ove tu vogli aver di me tanta pietà e sofferire che io in inferno il rimetta, tu mi darai grandissima consolazione e a Dio farai grandissimo piacere e servigio, se tu per quello fare in queste parti venuta se&#8217;, che tu di&#8217;.</p>
<p style="text-align:justify;">La giovane di buona fede rispose:</p>
<p style="text-align:justify;">- O padre mio, poscia che io ho il ninferno, sia pure quando vi piacerà.</p>
<p style="text-align:justify;">Disse allora Rustico:</p>
<p style="text-align:justify;">- Figliuola mia, benedetta sia tu; andiamo dunque, e rimettiamlovi sì che egli poscia mi lasci stare.</p>
<p style="text-align:justify;">E così detto, menata la giovane sopra uno de&#8217; loro letticelli, le &#8216;nsegnò come star si dovesse a dovere incarcerare quel maladetto da Dio.</p>
<p style="text-align:justify;">La giovane, che mai più non aveva in inferno messo diavolo alcuno, per la prima volta sentì un poco di noia, per che ella disse a Rustico:</p>
<p style="text-align:justify;">- Per certo, padre mio, mala cosa dee essere questo diavolo, e veramente nimico di Dio, ché ancora al ninferno, non che altrui, duole quando egli v&#8217;è dentro rimesso.</p>
<p style="text-align:justify;">Disse Rustico:</p>
<p style="text-align:justify;">- Figliuola, egli non avverrà sempre così.</p>
<p style="text-align:justify;">E per fare che questo non avvenisse, da sei volte, anzi che di su il letticel si movessero, ve &#8216;l rimisero, tanto che per quella volta gli trasser sì la superbia del capo, che egli si stette volentieri in pace.</p>
<p style="text-align:justify;">Ma, ritornatagli poi nel seguente tempo più volte, e la giovane ubbidiente sempre a trargliele si disponesse, avvenne che il giuoco le cominciò a piacere, e cominciò a dire a Rustico:</p>
<p style="text-align:justify;">- Ben veggio che il ver dicevano que&#8217;valentuomini in Capsa, che il servire a Dio era così dolce cosa; e per certo io non mi ricordo che mai alcuna altra ne facessi che di tanto diletto e piacer mi fosse, quanto è il rimetter il diavolo in inferno; e per ciò io giudico ogn&#8217;altra persona, che ad altro che a servire a Dio attende, essere una bestia.</p>
<p style="text-align:justify;">Per la qual cosa essa spesse volte andava a Rustico, e gli dicea:</p>
<p style="text-align:justify;">- Padre mio, io son qui venuta per servire a Dio e non per istare oziosa; andiamo a rimettere il diavolo in inferno.</p>
<p style="text-align:justify;">La qual cosa faccendo, diceva ella alcuna volta:</p>
<p style="text-align:justify;">- Rustico, io non so perché il diavolo si fugga del ninferno; ché, s&#8217;egli vi stesse così volentieri come il ninferno il riceve e tiene, egli non se ne uscirebbe mai.</p>
<p style="text-align:justify;">Così adunque invitando spesso la giovane Rustico e al servigio di Dio confortandolo, sì la bambagia del farsetto tratta gli avea, che egli a tal ora sentiva freddo che un altro sarebbe sudato; e per ciò egli incominciò a dire alla giovane che il diavolo non era da gastigare né da rimettere in inferno se non quando egli per superbia levasse il capo: &#8211; E noi per la grazia di Dio l&#8217;abbiamo sì sgannato, che egli priega Iddio di starsi in pace ; &#8211; e così alquanto impose di silenzio alla giovane.</p>
<p style="text-align:justify;">La qual, poi che vide che Rustico più non la richiedeva a dovere il diavolo rimettere in inferno, gli disse un giorno:</p>
<p style="text-align:justify;">- Rustico, se il diavolo tuo è gastigato e più non ti dà noia, me il mio ninferno non lascia stare; per che tu farai bene che tu col tuo diavolo aiuti attutare la rabbia al mio ninferno, com&#8217;io col mio ninferno ho aiutato a trarre la superbia al tuo diavolo.</p>
<p style="text-align:justify;">Rustico, che di radici d&#8217;erba e d&#8217;acqua vivea, poteva male rispondere alle poste; e dissele che troppi diavoli vorrebbono essere a potere il ninferno attutare, ma che egli ne farebbe ciò che per lui si potesse; e così alcuna volta le sodisfaceva, ma sì era di rado, che altro non era che gittare una fava in bocca al leone; di che la giovane, non parendole tanto servire a Dio quanto voleva, mormorava anzi che no.</p>
<p style="text-align:justify;">Ma, mentre che tra il diavolo di Rustico e il ninferno d&#8217;Alibech era, per troppo disiderio e per men potere, questa quistione, avvenne che un fuoco s&#8217;apprese in Capsa, il quale nella propria casa arse il padre d&#8217;Alibech con quanti figliuoli e altra famiglia avea; per la qual cosa Alibech d&#8217;ogni suo bene rimase erede. Laonde un giovane chiamato Neerbale, avendo in cortesia tutte le sue facultà spese, sentendo costei esser viva, messosi a cercarla e ritrovatala avanti che la corte i beni stati del padre, sì come d&#8217;uomo senza erede morto, occupasse, con gran piacere di Rustico e contra al volere di lei la rimenò in Capsa e per moglie la prese, e con lei insieme del gran patrimonio divenne erede. Ma, essendo ella domandata dalle donne di che nel diserto servisse a Dio, non essendo ancor Neerbale giaciuto con lei, rispose che il serviva di rimettere il diavolo in inferno, e che Neerbale aveva fatto gran peccato d&#8217;averla tolta da così fatto servigio.</p>
<p style="text-align:justify;">Le donne domandarono: &#8211; Come si rimette il diavolo in inferno?</p>
<p style="text-align:justify;">La giovane, tra con parole e con atti, il mostrò loro. Di che esse fecero sì gran risa che ancor ridono, e dissono:</p>
<p style="text-align:justify;">- Non ti dar malinconia, figliuola, no, ché egli si fa bene anche qua; Neerbale ne servirà bene con esso teco Domeneddio.</p>
<p style="text-align:justify;">Poi l&#8217;una all&#8217;altra per la città ridicendolo, vi ridussono in volgar motto che il più piacevol servigio che a Dio si facesse era il rimettere il diavolo in inferno; il qual motto passato di qua da mare ancora dura.</p>
<p style="text-align:justify;">E per ciò voi, giovani donne, alle quali la grazia di Dio bisogna, apparate a rimettere il diavolo in inferno, per ciò che egli è forte a grado a Dio e piacer delle parti, e molto bene ne può nascere e seguire.</p>
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		<title>Giornata Quarta Novella Settima</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Oct 2009 16:57:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>decamerone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Novella settima]]></category>
		<category><![CDATA[Quarta Giornata]]></category>

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		<description><![CDATA[La Simona ama Pasquino; sono insieme in uno orto; Pasquino si frega a&#8217; denti una foglia di salvia e muorsi; è presa la Simona, la quale, volendo mostrare al giudice come morisse Pasquino, fregatasi una di quelle foglie a&#8217; denti, similmente si muore. Download Panfilo era della sua novella diliberato, quando il re, nulla compassion [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=decamerone.wordpress.com&amp;blog=3235786&amp;post=194&amp;subd=decamerone&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2 style="text-align:center;">La Simona ama Pasquino; sono insieme in uno orto; Pasquino si frega a&#8217; denti una foglia di salvia e muorsi; è presa la Simona, la quale, volendo mostrare al giudice come morisse Pasquino, fregatasi una di quelle foglie a&#8217; denti, similmente si muore.</h2>
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<p style="text-align:justify;"><span id="more-194"></span></p>
<p style="text-align:justify;">Panfilo era della sua novella diliberato, quando il re, nulla compassion mostrando all&#8217;Andreuola, riguardando Emilia, sembianti le fe&#8217; che a grado li fosse che essa a coloro che detto aveano, dicendo, si continuasse. La quale, senza al cuna dimora fare, incominciò.</p>
<p style="text-align:justify;">Care compagne, la novella detta da Panfilo mi tira a doverne dire una in niuna altra cosa alla sua simile, se non che, come l&#8217;Andreuola nel giardino perdè l&#8217;amante, e così colei di cui dir debbo; e similmente presa, come l&#8217;Andreuola fu, non con forza né con virtù, ma con morte inoppinata si diliberò dalla corte. E come altra volta tra noi è stato detto, quantunque Amor volentieri le case de&#8217; nobili uomini abiti, esso per ciò non rifiuta lo &#8216;mperio di quelle de&#8217; poveri, anzi in quelle sì alcuna volta le sue forze dimostra, che come potentissimo signore da&#8217; più ricchi si fa temere. Il che, ancora che non in tutto, in gran parte apparirà nella mia novella, con la qual mi piace nella nostra città rientrare, della quale questo dì, diverse cose diversamente parlando, per diverse parti del mondo avvolgendoci, cotanto allontanati ci siamo.</p>
<p style="text-align:justify;">Fu adunque, non è gran tempo, in Firenze una giovane assai bella e leggiadra secondo la sua condizione, e di povero padre figliuola, la quale ebbe nome Simona; e quantunque le convenisse colle proprie braccia il pan che mangiar volea guadagnare e filando lana sua vita reggesse, non fu per ciò di sì povero animo che ella non ardisse a ricevere amore nella sua mente, il quale con gli atti e colle parole piacevoli d&#8217;un giovinetto di non maggior peso di lei, che dando andava per un suo maestro lanaiuolo lana a filare, buona pezza mostrato aveva di volervi entrare.</p>
<p style="text-align:justify;">Ricevutolo adunque in sé col piacevole aspetto del giovane che l&#8217;amava, il cui nome era Pasquino, forte disiderando e non attentando di far più avanti, filando, ad ogni passo di lana filata che al fuso avvolgeva mille sospiri più cocenti che fuoco gittava, di colui ricordandosi che a filar gliele aveva data. Quegli dall&#8217;altra parte molto sollicito divenuto che ben si filasse la lana del suo maestro, quasi quella sola che la Simona filava, e non alcuna altra, tutta la tela dovesse compiere, più spesso che l&#8217;altra era sollicitata.</p>
<p style="text-align:justify;">Per che, l&#8217;un sollicitando e all&#8217;altra giovando d&#8217;esser sollicitata, avvenne che l&#8217;un più d&#8217;ardir prendendo che aver non solea e l&#8217;altra molto della paura e della vergogna cacciando che d&#8217;avere era usata, insieme a&#8217; piaceri comuni si congiunsono. Li quali tanto all&#8217;una parte e all&#8217;altra aggradirono che, non che l&#8217;un dall&#8217;altro aspettasse d&#8217;esser invitato a ciò, anzi a dovervi essere si faceva incontro l&#8217;uno all&#8217;altro invitando.</p>
<p style="text-align:justify;">E così questo lor piacere continuando d&#8217;un giorno in uno altro e sempre più nel continuare accendendosi, avvenne che Pasquino disse alla Simona che del tutto egli voleva che ella trovasse modo di poter venire ad un giardino, là dove egli menar la voleva, acciò che quivi più adagio e con men sospetto potessero essere insieme.</p>
<p style="text-align:justify;">La Simona disse che le piaceva; e, dato a vedere al padre una domenica dopo mangiare che andar voleva alla perdonanza a San Gallo, con una sua compagna chiamata la Lagina al giardino statole da Pasquino insegnato se n&#8217;andò. Dove lui insieme con un suo compagno, che Puccino avea nome, ma era chiamato lo Stramba, trovò; e quivi fatto uno amorazzo nuovo tra lo Stramba e la Lagina, essi a far de&#8217; lor piaceri in una parte del giardin si raccolsero, e lo Stramba e la Lagina lasciarono in un&#8217;altra.</p>
<p style="text-align:justify;">Era in quella parte del giardino, dove Pasquino e la Simona andati se ne erano, un grandissimo e bel cesto di salvia; a piè della quale postisi a sedere e gran pezza sollazzatosi insieme, e molto avendo ragionato d&#8217;una merenda che in quello orto ad animo riposato intendevan di fare, Pasquino, al gran cesto della salvia rivolto, di quella colse una foglia e con essa s&#8217;incominciò a stropicciare i denti e le gengie, dicendo che la salvia molto bene gli nettava d&#8217;ogni cosa che sopr&#8217;essi rimasa fosse dopo l&#8217;aver mangiato.</p>
<p style="text-align:justify;">E poi che così alquanto fregati gli ebbe, ritornò in sul ragionamento della merenda, della qual prima diceva. Né guari di spazio perseguì ragionando, che egli s&#8217;incominciò tutto nel viso a cambiare, e appresso il cambiamento non istette guari che egli perde la vista e la parola, e in brieve egli si morì.</p>
<p style="text-align:justify;">Le quali cose la Simona veggendo, cominciò a piagnere e a gridare e a chiamar lo Stramba e la Lagina. Li quali prestamente là corsi, e veggendo Pasquino non solamente morto, ma già tutto enfiato e pieno d&#8217;oscure macchie per lo viso e per lo corpo divenuto, subitamente gridò lo Stramba:</p>
<p style="text-align:justify;">- Ahi malvagia femina, tu l&#8217;hai avvelenato.</p>
<p style="text-align:justify;">E fatto il romor grande, fu da molti, che vicini al giardino abitavano, sentito. Li quali, corsi al romore e trovando costui morto ed enfiato, e udendo lo Stramba dolersi e accusare la Simona che con inganno avvelenato l&#8217;avesse, ed ella, per lo dolore del subito accidente che il suo amante tolto avesse, quasi di sé uscita, non sappiendosi scusare, fu reputato da tutti che così fosse come lo Stramba diceva.</p>
<p style="text-align:justify;">Per la qual cosa presala, piagnendo ella sempre forte, al palagio del podestà ne fu menata. Quivi, prontando lo Stramba e l&#8217;Atticciato e &#8216;l Malagevole, compagni di Pasquino che sopravenuti erano, un giudice, senza dare indugio alla cosa, si mise ad esaminarla del fatto; e non potendo comprendere costei in questa cosa avere operata malizia né esser colpevole, volle, lei presente, vedere il morto corpo e il luogo e &#8216;l modo da lei raccontatogli, per ciò che per le parole di lei nol comprendeva assai bene.</p>
<p style="text-align:justify;">Fattola adunque senza alcuno tumulto colà menare dove ancora il corpo di Pasquino giaceva gonfiato come una botte, ed egli appresso andatovi, maravigliatosi del morto, lei domandò come stato era. Costei, al cesto della salvia accostatasi e ogni precedente istoria avendo raccontata, per pienamente darli ad intendere il caso sopravenuto, così fece come Pasquino aveva fatto, una di quelle foglie di salvia fregatasi a&#8217; denti.</p>
<p style="text-align:justify;">Le quali cose mentre che per lo Stramba e per lo Atticciato e per gli altri amici e compagni di Pasquino sì come frivole e vane in presenzia del giudice erano schernite, e con più istanzia la sua malvagità accusata, niuna altra cosa per lor domandandosi se non che il fuoco fosse di così fatta malvagità punitore, la cattivella, che dal dolore del perduto amante e dalla paura della dimandata pena dallo Stramba ristretta stava, per l&#8217;aversi la salvia fregata a&#8217; denti in quel medesimo accidente cadde che prima caduto era Pasquino, non senza gran maraviglia di quanti eran presenti.</p>
<p style="text-align:justify;">O felici anime, alle quali in un medesimo dì addivenne il fervente amore e la mortal vita terminare! E più felici, se insieme ad un medesimo luogo n&#8217;andaste! E felicissime, se nell&#8217;altra vita s&#8217;ama, e voi v&#8217;amate come di qua faceste! Ma molto più felice l&#8217;anima della Simona innanzi tratto, quanto è al nostro giudicio, che vivi dietro a lei rimasi siamo, la cui innocenzia non patì la fortuna che sotto la testimonianza cadesse dello Stramba e dell&#8217;Atticciato e del Malagevole, forse scardassieri o più vili uomini, più onesta via trovandole con pari sorte di morte al suo amante a svilupparsi dalla loro infamia e a seguitar l&#8217;anima tanto da lei amata del suo Pasquino.</p>
<p style="text-align:justify;">Il giudice, quasi tutto stupefatto dello accidente insieme con quanti ve n&#8217;erano, non sappiendo che dirsi, lungamente soprastette; poi, in miglior senno rivenuto, disse:</p>
<p style="text-align:justify;">- Mostra che questa salvia sia velenosa, il che della salvia non suole avvenire. Ma acciò che ella alcuno altro offender non possa in simil modo, taglisi infino alle radici e mettasi nel fuoco.</p>
<p style="text-align:justify;">La qual cosa colui che del giardino era guardiano in presenza del giudice faccendo, non prima abbattuto ebbe il gran cesto in terra, che la cagione della morte de&#8217; due miseri amanti apparve.</p>
<p style="text-align:justify;">Era sotto il cesto di quella salvia una botta di maravigliosa grandezza, dal cui venenifero fiato avvisarono quella salvia esser velenosa divenuta. Alla qual botta non avendo alcuno ardire d&#8217;appressarsi, fattale d&#8217;intorno una stipa grandissima, quivi insieme colla salvia l&#8217;arsero, e fu finito il processo di messer lo giudice sopra la morte di Pasquino cattivello. Il quale insieme con la sua Simona, così enfiati come erano, dallo Stramba e dallo Atticciato e da Guccio Imbratta e dal Malagevole furono nella chiesa di San Paolo sepelliti, della quale per avventura eran popolani.</p>
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		<title>Giornata Sesta Novella Settima</title>
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		<pubDate>Sun, 20 Sep 2009 17:24:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>decamerone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Novella settima]]></category>
		<category><![CDATA[Sesta Giornata]]></category>

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		<description><![CDATA[Madonna Filippa dal marito con un suo amante trovata, chiamata in giudicio, con una pronta e piacevol risposta sé libera e fa lo statuto modificare. Download Già si tacea la Fiammetta, e ciascun rideva ancora del nuovo argomento dallo Scalza usato a nobilitare sopra ogn&#8217;altro i Baronci, quando la reina ingiunse a Filostrato che novellasse; [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=decamerone.wordpress.com&amp;blog=3235786&amp;post=188&amp;subd=decamerone&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2 style="text-align:center;">Madonna Filippa dal marito con un suo amante trovata, chiamata in giudicio, con una pronta e piacevol risposta sé libera e fa lo statuto modificare.</h2>
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<p style="text-align:justify;">Già si tacea la Fiammetta, e ciascun rideva ancora del nuovo argomento dallo Scalza usato a nobilitare sopra ogn&#8217;altro i Baronci, quando la reina ingiunse a Filostrato che novellasse; ed egli a dir cominciò.</p>
<p style="text-align:justify;">Valorose donne, bella cosa è in ogni parte saper ben parlare, ma io la reputo bellissima quivi saperlo fare dove la necessità il richiede. Il che sì ben seppe fare una gentil donna, della quale intendo di ragionarvi, che non solamente festa e riso porse agli uditori, ma sé de&#8217; lacci di vituperosa morte disviluppò, come voi udirete.</p>
<p style="text-align:justify;">Nella terra di Prato fu già uno statuto, nel vero non men biasimevole che aspro, il quale, senza niuna distinzion fare, comandava che così fosse arsa quella donna che dal marito fosse con alcuno suo amante trovata in adulterio, come quella che per denari con qualunque altro uomo stata trovata fosse.</p>
<p style="text-align:justify;">E durante questo statuto avvenne che una gentil donna e bella e oltre ad ogn&#8217;altra innamorata, il cui nome fu madonna Filippa, fu trovata nella sua propria camera una notte da Rinaldo de&#8217; Pugliesi suo marito nelle braccia di Lazzarino de&#8217; Guazzagliotri, nobile giovane e bello di quella terra, il quale ella quanto sé medesima amava, ed era da lui amata. La qual cosa Rinaldo vedendo, turbato forte, appena del correr loro addosso e di uccidergli si ritenne; e se non fosse che di sé medesimo dubitava, seguitando l&#8217;impeto della sua ira, l&#8217;avrebbe fatto.</p>
<p style="text-align:justify;">Rattemperatosi adunque da questo, non si potè temperar da voler quello dello statuto pratese, che a lui non era licito di fare, cioè la morte della sua donna. E per ciò avendo al fallo della donna provare assai convenevole testimonianza, come il dì fu venuto, senza altro consiglio prendere, accusata la donna, la fece richiedere.</p>
<p style="text-align:justify;">La donna, che di gran cuore era, sì come generalmente esser soglion quelle che innamorate son da dovero, ancora che sconsigliata da molti suoi amici e parenti ne fosse, del tutto dispose di comparire e di voler più tosto, la verità confessando, con forte animo morire, che, vilmente fuggendo, per contumacia in essilio vivere e negarsi degna di così fatto amante come colui era nelle cui braccia era stata la notte passata. E assai bene accompagnata di donne e d&#8217;uomini, da tutti confortata al negare, davanti al podestà venuta, domandò con fermo viso e con salda voce quello che egli a lei domandasse.</p>
<p style="text-align:justify;">Il podestà, riguardando costei e veggendola bellissima e di maniere laudevoli molto, e, secondo che le sue parole testimoniavano, di grande animo, cominciò di lei ad aver compassione, dubitando non ella confessasse cosa per la quale a lui convenisse, volendo il suo onor servare, farla morire. Ma pur, non potendo cessare di domandarla di quello che apposto l&#8217;era, le disse:</p>
<p style="text-align:justify;">- Madonna, come voi vedete, qui è Rinaldo vostro marito, e duolsi di voi, la quale egli dice che ha con altro uomo trovata in adulterio; e per ciò domanda che io, secondo che uno statuto che ci è vuole, faccendovi morire di ciò vi punisca; ma ciò far non posso, se voi nol confessate, e per ciò guardate bene quello che voi rispondete, e ditemi se vero è quello di che vostro marito v&#8217;accusa.</p>
<p style="text-align:justify;">La donna, senza sbigottire punto, con voce assai piacevole rispose:</p>
<p style="text-align:justify;">- Messere, egli è vero che Rinaldo è mio marito, e che egli questa notte passata mi trovò nelle braccia di Lazzarino, nelle quali io sono, per buono e per perfetto amore che io gli porto, molte volte stata; né questo negherei mai; ma come io son certa che voi sapete, le leggi deono esser comuni e fatte con consentimento di coloro a cui toccano. Le quali cose di questa non avvengono, ché essa solamente le donne tapinelle costrigne, le quali molto meglio che gli uomini potrebbero a molti sodisfare; e oltre a questo, non che alcuna donna, quando fatta fu, ci prestasse consentimento, ma niuna ce ne fu mai chiamata; per le quali cose meritamente malvagia si può chiamare.</p>
<p style="text-align:justify;">E se voi volete, in pregiudicio del mio corpo e della vostra anima, esser di quella esecutore, a voi sta; ma, avanti che ad alcuna cosa giudicar procediate, vi prego che una piccola grazia mi facciate, cioè che voi il mio marito domandiate se io ogni volta e quante volte a lui piaceva, senza dir mai di no, io di me stessa gli concedeva intera copia o no.</p>
<p style="text-align:justify;">A che Rinaldo, senza aspettare che il podestà il domandasse, prestamente rispose che senza alcun dubbio la donna ad ogni sua richiesta gli aveva di sé ogni suo piacer conceduto.</p>
<p style="text-align:justify;">- Adunque, &#8211; seguì prestamente la donna &#8211; domando io voi, messer podestà, se egli ha sempre di me preso quello che gli è bisognato e piaciuto, io che doveva fare o debbo di quel che gli avanza? Debbolo io gittare ai cani? Non è egli molto meglio servirne un gentile uomo che più che sé m&#8217;ama, che lasciarlo perdere o guastare?</p>
<p style="text-align:justify;">Eran quivi a così fatta essaminazione, e di tanta e sì famosa donna, quasi tutti i pratesi concorsi, li quali, udendo così piacevol risposta, subitamente, dopo molte risa, quasi ad una voce tutti gridarono la donna aver ragione e dir bene; e prima che di quivi si partissono, a ciò confortandogli il podestà, modificarono il crudele statuto e lasciarono che egli s&#8217;intendesse solamente per quelle donne le quali per denari a&#8217; lor mariti facesser fallo.</p>
<p style="text-align:justify;">Per la qual cosa Rinaldo, rimaso di così matta impresa confuso, si partì dal giudicio; e la donna lieta e libera, quasi dal fuoco risuscitata, alla sua casa se ne tornò gloriosa.</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/decamerone.wordpress.com/188/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/decamerone.wordpress.com/188/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/decamerone.wordpress.com/188/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/decamerone.wordpress.com/188/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/decamerone.wordpress.com/188/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/decamerone.wordpress.com/188/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/decamerone.wordpress.com/188/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/decamerone.wordpress.com/188/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/decamerone.wordpress.com/188/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/decamerone.wordpress.com/188/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/decamerone.wordpress.com/188/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/decamerone.wordpress.com/188/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/decamerone.wordpress.com/188/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/decamerone.wordpress.com/188/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=decamerone.wordpress.com&amp;blog=3235786&amp;post=188&amp;subd=decamerone&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Giornata Sesta Novella Ottava</title>
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		<pubDate>Sat, 22 Aug 2009 15:55:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>decamerone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Novella ottava]]></category>
		<category><![CDATA[Sesta Giornata]]></category>

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		<description><![CDATA[Fresco conforta la nepote che non si specchi, se gli spiacevoli, come diceva, l&#8217;erano a veder noiosi. Download La novella da Filostrato raccontata prima con un poco di vergogna punse li cuori delle donne ascoltanti, e con onesto rossore né lor visi apparito ne dieder segno; e poi, l&#8217;una l&#8217;altra guardando, appena del ridere potendosi [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=decamerone.wordpress.com&amp;blog=3235786&amp;post=178&amp;subd=decamerone&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2 style="text-align:center;">Fresco conforta la nepote che non si specchi, se gli spiacevoli, come diceva, l&#8217;erano a veder noiosi.</h2>
<p><a href="http://blip.tv/file/get/Paskino-Giornata6Novella8697.mp3" target="_blank">Download</a> <script type="text/javascript" src="http://blip.tv/syndication/write_player?skin=js&posts_id=2524289&cross_post_destination=-1&view=full_js"></script></p>
<p style="text-align:justify;"><span id="more-178"></span></p>
<p style="text-align:justify;">La novella da Filostrato raccontata prima con un poco di vergogna punse li cuori delle donne ascoltanti, e con onesto rossore né lor visi apparito ne dieder segno; e poi, l&#8217;una l&#8217;altra guardando, appena del ridere potendosi astenere, sogghignando quella ascoltarono. Ma poi che esso alla fine ne fu venuto, la reina, ad Emilia voltatasi, che ella seguitasse le &#8216;mpose. La quale, non altrimenti che se da dormir si levasse, soffiando incominciò.</p>
<p style="text-align:justify;">Vaghe giovani, per ciò che un lungo pensiero molto di qui m&#8217;ha tenuta gran pezza lontana, per ubbidire alla nostra reina, forse con molto minor novella, che fatto non avrei se qui l&#8217;animo avessi avuto, mi passerò, lo sciocco error d&#8217;una giovane raccontandovi, con un piacevol motto corretto da un suo zio, se ella da tanto stata fosse che inteso l&#8217;avesse.</p>
<p style="text-align:justify;">Uno adunque, che si chiamò Fresco da Celatico, aveva una sua nepote chiamata per vezzi Cesca, la quale, ancora che bella persona avesse e viso (non però di quegli angelici che già molte volte vedemo), sé da tanto e sì nobile reputava, che per costume aveva preso di biasimare e uomini e donne e ciascuna cosa che ella vedeva, senza avere alcun riguardo a sé medesima, la quale era tanto più spiacevole, sazievole e stizzosa che alcuna altra, che a sua guisa niuna cosa si poteva fare; e tanto, oltre a tutto questo, era altiera, che se stata fosse de&#8217; reali di Francia sarebbe stato soperchio. E quando ella andava per via sì forte le veniva del cencio, che altro che torcere il muso non faceva, quasi puzzo le venisse di chiunque vedesse o scontrasse</p>
<p style="text-align:justify;">Ora, lasciando stare molti altri suoi modi spiacevoli e rincrescevoli, avvenne un giorno che, essendosi ella in casa tornata là dove Fresco era, e tutta piena di smancerie postaglisi presso a sedere, altro non faceva che soffiare; laonde Fresco domandando le disse:</p>
<p style="text-align:justify;">- Cesca, che vuol dir questo che, essendo oggi festa, tu te ne sé così tosto tornata in casa?</p>
<p style="text-align:justify;">Al quale ella tutta cascante di vezzi rispose:</p>
<p style="text-align:justify;">- Egli è il vero che io me ne sono venuta tosto, per ciò che io non credo che mai in questa terra fossero e uomini e femine tanto spiacevoli e rincrescevoli quanto sono oggi, e non ne passa per via uno che non mi spiaccia come la mala ventura; e io non credo che sia al mondo femina a cui più sia noioso il vedere gli spiacevoli che è a me, e per non vedergli così tosto me ne son venuta.</p>
<p style="text-align:justify;">Alla qual Fresco, a cui li modi fecciosi della nepote dispiacevan fieramente, disse:</p>
<p style="text-align:justify;">- Figliuola, se così ti dispiaccion gli spiacevoli, come tu dì, se tu vuoi viver lieta, non ti specchiare giammai.</p>
<p style="text-align:justify;">Ma ella, più che una canna vana e a cui di senno pareva pareggiar Salamone, non altramenti che un montone avrebbe fatto, intese il vero motto di Fresco; anzi disse che ella si voleva specchiar come l&#8217;altre. E così nella sua grossezza si rimase e ancor vi si sta.</p>
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